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Birdwatchers, recensione

YahooCinema - settembre

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di Spaziofilm.it

Nulla sarà più come prima

Il suicidio di due giovani donne spinge Nádio (Ambrósio Vilhalva) e il suo popolo a rioccupare le loro terre natali, situate proprio al confine di una fazenda, gestita da una coppia (Leonardo Medeiros e Chiara Caselli) con la figlia Maria (la bellissima Fabiane Pereira da Silva). Tra frequenti invasioni quotidiane e la minaccia della fame, la piccola comunità Guarani è decisa a tenere testa ai fazendeiros della zona, ma il loro habitat è ormai contaminato per sempre…

La disperazione e il dolore di un popolo straziato

L’incredibile ondata di suicidi commessi dai giovani Guarani, spinge i capi di questi popoli, costretti ormai a vivere in riserve malgestite e a sopportare condizioni lavorative di semi-schiavitù, a riappropriarsi delle loro tekohà, le terre dove sono sepolti i loro antenati. Territori che molto spesso sono occupati da fazendeiros locali, coltivatori di canna da zucchero, commercio in forte espansione in un paese come il Brasile che ambisce a diventare il maggior produttore di bio-combustile del mondo, o anche semplici tenutari che portano avanti i loro affari, in cui rientra anche, spesso, il turismo di birdwatchers, gli osservatori di specie rare di uccelli presenti nel territorio del Mato Grosso do Sul, dove l’intera vicenda è ambientata. Manca di mordente quest’opera quarta di Bechis (regista di Garage Olimpo e Figli/Hijos) e non appassiona più di tanto lo spettatore, che resta un semplice testimone, avulso com’è da quello che dovrebbe essere un crescendo di suspense, e che si ritrova, senza averne piena coscienza, nel mezzo di una battaglia improvvisa e forzata. La storia di questo popolo, da quando venne invaso il loro territorio (infatti, i Guarani Kaiowà sono uno dei primi popoli venuti a contatto con gli Europei), non manca certo di respirare sofferenza e lotta, ma il risveglio dell’istinto primordiale di possesso della terra, adorata dai Guarani come una divinità, non è mostrato nel migliore dei modi. Si stringono i tempi e manca qualche passaggio, così tutto il grande lavoro di Bechis e dei suoi collaboratori nell’approcciarsi alla vita, alle abitudini (ormai forse traviate per sempre dalla modernità) e alla volontà di rivalsa di questo popolo, perde di forza e la messa in scena risulta troppo costruita. Qualche limite dato dall’inesperienza degli attori protagonisti, selezionati tra oltre 800 indigeni Guarani, viene comunque mascherato con bravura. La scelta di rovesciare lo schema visto in Mission di Roland Joffè (in cui i ‘falsi” Guarani, allora interpretati dagli indigeni colombiani Waunana, facevano da sfondo alle vicende di Jeremy Irons e Robert De Niro) si rivela coraggiosa e azzeccata, lasciando gli attori professionisti bianchi, tra cui un buon Claudio Santamaria e una Chiara Caselli troppo sopra le righe, sullo sfondo a fare quasi da comparse. Tutto il lavoro laboratoriale con gli indigeni e la passione con cui Bechis insegna loro cosa vuol dire fare cinema, permette di portare a termine il lavoro, ma il film scorre senza proporre traccia di emozioni, se non nel finale: forse perché, nella loro stessa vita, gli indigeni recitano dei rituali comportamentali per scacciare Anguè, lo spirito maligno della foresta che si è impossessato dei suicidi negli ultimi istanti della loro vita, e non lasciano trasparire nessun sentimento, risultando addirittura cinici all’inverosimile di fronte ad un lutto importante. L’unico che trova il coraggio di piangere, rendendosi così vulnerabile nei confronti di Anguè, è il protagonista Osvaldo, apprendista sciamano, rappresentante vivente della fusione tra culture e dell’incertezza che ne consegue e che porta con sé solo una lunga scia di suicidi, solcando un punto di inesorabile non-ritorno.

Un plauso convinto per un’opera che tende più al documentario, con intenti informativi ben precisi, che vale la pena di vedere, ma armati di una buona dose di pazienza.

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ufficio stampa_13 September, 2008

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